5 . ottobre      -     11 . novembre 2007
Ritrattiluce - Luce di Ritratti [Vincenzo De Simone]
vincenzo de simone
pieve di cento - reggio emilia
Vincenzo De Simone - il periodo liceale Vincenzo De Simone - gli anni 60 Vincenzo De Simone - gli anni 70 Vincenzo De Simone - gli anni 80 Vincenzo De Simone - il ciclo Scondum Lumen Vincenzo De Simone - il ciclo Scondum Lumen


catalogo
Edizioni Mazzotta, Milano
a cura di Enrico Crispolti
testi di
Vittoria Coen
Elisabetta Farioli
nota di
Giulio Bargellini
biografia critica di
Francesca Baboni

Presenze in virtualità luminosa

Seguo il lavoro di Vincenzo De Simone dai primi anni Settanta del secolo che abbiamo superato, impegnato allora fra elaborazioni di una dimensione nuova della consistenza dell’immagine, che corrispondeva alla sua partecipazione a un dibattito avanzato sul piano della ricerca in termini di innovazioni di linguaggio, e una sua proiezione di attività nel contesto territoriale al quale era legato il suo imprinting culturale, cioè una cultura di radice e sapienza agraria, di misura manipolatoria e manifatturiera, connessa appunto con la sua matrice e in ragione della quale dialogava allora intensamente con la problematica dell’attività estetica sul territorio, particolarmente vivace e originale, assai fervida e radicata, allora, in area campana (io vi partecipavo attraverso l’esperienza universitaria salernitana, e se diede conto nella Biennale veneziana del 1976, rarissimo caso di rapporto reale dell’istituzione veneziana con la ricerca in atto: senza filtri, remore, lobby mercantili).
Due aspetti che De Simone teneva dialetticamente insieme in fondo perché la sua natura è sempre stata a suo modo quella di un artista sperimentatore, aperto ad esperienze molteplici, come misura possibile del vissuto.
E questa che porta avanti da una decina, attorno a una dimensione nuova di ritratto, certamente riprende e tesaurizza sue antiche ricerche su una consistenza singolarmente soltanto luminosa dell’immagine; lavorando, allora, a “ritratti” di lettere alfabetiche in carattere capitale (Ritratto ‘lettera A’, ecc.): pure apparizioni luminose affioranti sulla tela bianca, operando con tela vergine su tela ritagliata, e “dipingendo” soltanto con la luce.
Forse proprio perché presentai nel 1974 una personale milanese di queste sue proposte di “pittura-apittura”, Vincenzo mi chiede di introdurre in catalogo questa sua uscita di “Ritrattiluce” (come avrebbe detto un futurista, ma è solo una eco remota, forse in un inconscio presentimento della kermesse che ci attende per il fatidico centenario del 2009).
Fatto sta che a distanza di oltre trentanni il nesso è più che mai evidente, anche se allora l’esito dei “ritratti” era del tutto impersonale, indiretto, in fondo piuttosto pretestuale, giacché attribuito alla struttura di una lettera alfabetica. Mentre ora si tratta di personaggi storici emblematici, a volte raggruppati, o anche di personaggi viventi, la cui immagine è interamente suscitata con mezzi di suscitante penetrazione luminosa certo ben più articolata corsivamente di quanto non lo fosse allora.
Parlavo di “pura apparenza della forma”, per quei ritratti indiretti, alfabetici, in fondo appunto meramente pretestuali per ipotesi di combinazioni formali permesse appunto dalla luce indiretta, retrostante. “La forma vale come qualcosa di impalpabile, di non definibile nella sua consistenza spaziale”. E ora lo sono non più schematiche, squadrate, lettere alfabetiche ma volti, presenze individuabili di personaggi, non rappresentate ma invece, se posso dirlo, come fantomatizzate. Una cinquantina di ritratti, unici i più, alcuni di gruppo, ma in diversi casi coinvolti in installazioni, ove si operano confronti con differenti ritratti tradizionalmente dipinti, altrui. Il tutto proposto in quattro sedi espositive, pubbliche e private.
Sono ritratti di personaggi storicamente emblematici, i più. Con i quali De Simone sviluppa un dialogo direi di estrinsecazione, di sollecitazione epifanica, non certo di appropriazione, giacché quelle presenze rimangono comunque sempre deliberatamente distanti, come inafferrabili, inacquisibili nella loro impalpabile diversità.
La luce è quella di allora, il neon, ma ora la gamma ne è molto varia, perché i neon sono colorati, e anche combinati a volte in segni di colori diversi, entro la corsività luminosa di un singolo ritratto. E sempre tela vergine su tela ritagliata e neon la sua combinazione mediale. E come allora naturalmente il neon non è a vista (alla Fontana, per intenderci, o poi alla Flavin) ma si dà come mera virtualità luminosa retrostante, soltanto indirettamente percepibile.
Il virtuale luminoso che configura questi “ritratti”, del tutto evocatori, fantomaticamente evocatori, se vogliamo, si realizza operando De Simone esattamente una virtualizzazione epifanica luminosa della materialità tecnologica (gassosa) del neon. In realtà tuttavia ora c’è qualcosa di più, nella gamma dei possibili effetti epifanici. Giacché questo teatro di presenze di fattezze storiche di volti eminenti fantomaticamente evocate è in grado di esibire una cangiabilità epifania nell’ulteriore (e nuovo) possibile gioco dell’alternativa fra effetto diurno, azzerante sul bianco, ed effetto notturno, rilevante attraverso appunto la corsiva scrittura luminosa, profilata sul buio, scuro, profonda ombra, notturna. Come dire alternando, sulla medesima tela, sul medesimo “dipinto” di luce, una doppia eventualità epifania, cioè una doppia possibile teatralità delle condizioni d’apparizione, una sorta di doppia verità-probabilità di manifestazione evocativa.
Il ritratto diviene allora appunto una evocazione sul filo di una memoria che assume la virtualità artificiosa come ipotetico ultimo valore d’una possibilità di comunicazione per immagine. E forse questa è l’intenzione finale, sottilmente provocatoria, certamente ipotetica sul piano delle ulteriori possibilità linguistiche dell’immagine “pittorica-apittorica”, implicita nelle formalmente disinvolte e fresche proposizioni che ci offre ora De Simone, volto dopo volto, volto contro volto, inafferrabili.

Enrico Crispolti